
Surriscaldamento globale: un alleato inaspettato contro la crisi energetica
Può una guerra farci cambiare opinione sul cambiamento climatico? Può un aumento di temperatura essere la soluzione alla crisi energetica?
La risposta è ovviamente no in entrambi casi; il surriscaldamento ha un impatto devastante sul nostro ecosistema e le crisi energetiche devono essere affrontate con politiche mirate e soluzioni a lungo termine.
Tuttavia, nei prossimi mesi, l’aumento anomalo di temperature previsto per l’inverno potrebbe ridurre l’ impatto dell’ aumento dei prezzi del gas, provocato dal recente conflitto in Iran.
L’Europa si sta infatti avvicinando alla stagione fredda con le riserve di gas ai minimi storici. Questo, combinato all’incertezza sulla riapertura dello stretto di Hormuz, potrebbe far esplodere il costo del gas e di conseguenza le bollette nei mesi invernali.
Perché mettiamo il gas sotto terra?
Le riserve di gas naturale, chiamate in gergo stoccaggio, sono fondamentali perché i consumi cambiano molto nel corso dell’anno. Senza riserve, nei momenti di maggiore domanda sarebbe necessario aumentare drasticamente le importazioni, con il risultato di dover incrementare dimensioni ed efficienza di gasdotti e rigassificatori per far fronte ai picchi invernali, lasciando però una parte di queste infrastrutture poco utilizzata durante il resto dell’anno.

Il processo di stoccaggio è quindi fondamentale per non essere vincolati alla volatilità dei prezzi del gas sul mercato. Proprio per questo, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’Unione europea ha introdotto l’obbligo di portare gli stoccaggi al 90% rispetto alla capacità massima delle riserve, entro il 1° novembre. Nel marzo 2026, tuttavia, la Commissione europea ha previsto una maggiore flessibilità, consentendo in presenza di situazioni particolarmente difficili di affrontare l’inverno anche con livelli di riempimento di soli 80%.
Secondo la normativa europea, gli Stati membri devono quindi accumulare una scorta di gas significativa, prima dell’ inizio dell’inverno. La fase di riempimento, chiamata nel settore “iniezione”, si concentra normalmente tra aprile e ottobre, periodo in cui il gas viene conservato nel sottosuolo, ad esempio all’interno di vecchi giacimenti esauriti o cavità saline.
In condizioni di mercato normali, questo meccanismo è conveniente anche dal punto di vista economico: operatori energetici, grossisti, rivenditori e grandi consumatori possono acquistare gas in anticipo nei mesi estivi, quando la domanda e quindi anche i prezzi sono più bassi, per poi utilizzarlo o venderlo durante l’inverno, quando i prezzi generalmente aumentano.
Quando la guerra cambia le regole del gioco
Nel 2026, però, questo meccanismo si è in parte invertito. La guerra tra Usa e Iran ha infatti avuto forti ripercussioni sul commercio del GNL, ovvero il gas raffreddato e trasformato in forma liquida, per essere trasportato attraverso enormi navi metaniere.
La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, dove transitava quasi il 20% dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto, e gli attacchi alle infrastrutture energetiche come l’impianto di Ras Laffan in Qatar, il più grande complesso di liquefazione del mondo, hanno fatto sì che il mercato internazionale si sia improvvisamente trovato con una quantità di GNL disponibile inferiore di quasi il 25%

E quando l’offerta diminuisce, il prezzo aumenta: per diversi periodi infatti il gas estivo è risultato addirittura più costoso di quello previsto per l’inverno, a causa dell’incertezza degli sviluppi della guerra.
Gli operatori si sono quindi trovati davanti al rischio di acquistare gas caro per immagazzinarlo e ritrovarsi, pochi mesi dopo, con un prodotto dal valore più basso. Proprio questo scarso incentivo economico ha contribuito a rallentare il riempimento degli stoccaggi. Acquistare grandi quantità di gas durante l’estate, mentre il prezzo era già elevato, significava assumersi un rischio. Una riapertura dello Stretto avrebbe infatti potuto provocare una forte discesa delle quotazioni.
Ad oggi, però, non esistono ancora certezze sulla completa normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz e i prezzi rimangono elevati. Nel febbraio 2026, prima dell’escalation, il gas al TTF (il principale mercato di riferimento europeo) costava in media circa 32 €/MWh. Alla fine di settembre si muoveva invece intorno ai 72-74 €/MWh, più del doppio.
A questo punto la crisi è dietro l’ angolo: riserve ben lontane dai parametri di riempimento imposti dall’ Unione Europea e prezzi che non garantiscono una discesa.
Un’Europa con meno gas nel serbatoio
Al 1° ottobre gli stoccaggi europei sono pieni al 71,5%, contro una media quinquennale dell’85% per questo periodo.
Le iniezioni nette, cioè la differenza tra gas immesso e gas prelevato dagli stoccaggi sotterranei dei Paesi Ue, hanno superato i 47,5 miliardi di metri cubi dall’inizio della stagione estiva. Nonostante ciò, per rispettare l’obiettivo del 80%, le iniezioni nette dovrebbero raggiungere almeno 68 miliardi di metri cubi all’inizio della stagione invernale.
Questo significa che gli operatori europei dovranno continuare ad acquistare gas per aumentare le riserve. Se poi l’inverno fosse particolarmente freddo, i depositi inizierebbero a svuotarsi più rapidamente e l’Europa dovrebbe aumentare ulteriormente le importazioni di GNL sul mercato internazionale, diventando ancora più esposta alle oscillazioni dei prezzi.
L’impatto potrebbe arrivare anche alle bollette. Un periodo prolungato di prezzi del gas molto elevati può infatti trasferirsi progressivamente sui costi sostenuti da famiglie e imprese.
In uno scenario simile, quindi, avere meno gas immagazzinato non significa necessariamente restare al freddo. Significa soprattutto essere più esposti al prezzo che il mercato internazionale deciderà di chiedere.
E se ad aiutarci fosse proprio il caldo?
Il cambiamento climatico rappresenta uno dei maggiori problemi ambientali ed economici del nostro tempo. L’Europa, oltretutto, è il continente che si sta riscaldando più rapidamente: secondo Copernicus, le temperature europee stanno aumentando a una velocità superiore al doppio della media globale.

Eppure, nel brevissimo periodo, una delle sue conseguenze può ridurre una parte della pressione sul sistema energetico. La prospettiva di un inverno meno rigido, che permetta quindi di utilizzare meno gas per il riscaldamento, riduce momentaneamente la gravità del problema riguardo al basso riempimento degli stoccaggi.
I dati Eurostat mostrano già questa tendenza. Tra il 1995 e il 2025 il numero di heating degree days, un indicatore utilizzato per stimare quanto sia necessario riscaldare gli edifici in base alle temperature esterne, è diminuito nell’Unione europea di circa il 13%. In altre parole, con inverni mediamente più miti serve meno energia per mantenere caldo lo stesso edificio.
Anche le prospettive climatiche per i prossimi mesi contengono segnali interessanti. La World Meteorological Organization ha confermato la presenza di un El Niño molto intenso, ovvero il fenomeno naturale che ciclicamente riscalda gli oceani che a loro volta innalzano le temperature globali.
Per concludere, un inverno caldo come quello che si prospetta, non sarebbe una soluzione alla crisi energetica, e certamente non trasformerebbe il cambiamento climatico in qualcosa di positivo. Potrebbe però concedere al sistema energetico europeo quello che oggi gli serve di più: tempo.
Tempo per consumare più lentamente le scorte, tempo perché le forniture internazionali si normalizzino. Tempo per evitare di dover acquistare grandi quantità di gas nel momento in cui tutti lo stanno cercando.
Per anni abbiamo osservato l’aumento delle temperature invernali come uno dei segnali più evidenti del cambiamento climatico. Quest’anno potremmo ritrovarci davanti a uno strano paradosso: continuare a preoccuparci del riscaldamento del pianeta, mentre controlliamo il termometro sperando, almeno per questo inverno, che non scenda troppo.
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