Da decenni l’energia nucleare è tra i temi al centro del dibattito politico e strategico globale, tanto da parlare di rinascimento nucleare. Se, però, da una parte numerosi Stati perseguono una posizione volta a incentivare l’industria nucleare civile per favorire la decarbonizzazione del settore energetico e fronteggiare la crisi climatica, dall’altra, alcune Nazioni stanno maturando conoscenze e capacità che potrebbero portarle a costruire armi atomiche in poco tempo. A tale proposito si pensi al caso dell’Iran, ove le dinamiche geopolitiche in Medio Oriente hanno sollevato un rinnovato dibattito verso il suo programma nucleare e la mancanza di trasparenza legata ad esso. Questo è dovuto al fatto che gli aspetti pacifici e distruttivi dell’energia nucleare sono, di fatto, differenti lati della medesima tecnologia.
Ma come è nato il mondo nucleare contemporaneo, sia esso pacifico o miliare? Comprendere tale dinamica non può prescindere dall’analisi del programma americano che ne ha posto le fondamenta: Atoms for Peace.
Atoms for Peace e la speranza di un futuro nucleare pacifico
L’8 dicembre 1953, il presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower, pronunciò un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sottolineando le sue preoccupazioni riguardo alla “guerra atomica”. Era determinato a risolvere “lo spaventoso dilemma atomico“, motivo per il quale sottolineò la necessità di trovare un modo attraverso il quale “la miracolosa inventiva dell’uomo non sarà dedicata alla sua morte, ma consacrata alla sua vita”. L’idea centrale era quella di sfruttare il potenziale della tecnologia nucleare per scopi positivi come la produzione di elettricità, il miglioramento dell’agricoltura e il progresso della medicina, garantendo al contempo la non proliferazione e la sicurezza globale, favorendo forme di cooperazione internazionale al fine di garantire “una pace duratura per tutte le nazioni e felicità e benessere per tutti gli uomini”.
L’interesse verso l’energia nucleare civile iniziò così ad esplodere negli anni Cinquanta, caratterizzati per la grande speranza tecnologica legata all’avvio dei primi programmi nucleari. Nel 1954 fu aperto vicino a Mosca il primo reattore connesso a una rete elettrica, seguito tra il 1956 e il 1957 da impianti più grandi attivati nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e pochi anni più tardi molti altri Stati iniziarono programmi di sviluppo nucleare, spinti dall’euforia di una nuova fonte energetica, simbolo di prestigio internazionale.
La liberalizzazione da parte statunitense dell’Atomic Energy Act nel 1954 permise infatti di declassificare rapporti tecnici e informazioni utili per la cooperazione in campo nucleare. Questo favorì anche la convocazione delle Conferenze Internazionali delle Nazioni Unite sugli usi pacifici dell’energia atomica a Ginevra, che portarono alla creazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) nel 1957, incaricata di promuoverne l’uso pacifico e di prevenirne il suo utilizzo militare.
Il programma ebbe quindi il merito di internazionalizzare la tecnologia nucleare promuovendo lo sviluppo e l’uso civile delle conoscenze atomiche in numerosi paesi. Alla fine dell’amministrazione Eisenhower circa trentotto accordi bilaterali erano stati firmati e più di trenta reattori di ricerca erano stati approvati per la costruzione, con gli Stati Uniti che condividevano regolarmente la tecnologia nucleare, i materiali, le conoscenze e il sostegno finanziario.
Ciò nonostante, gli studiosi sono ancora divisi sull’interpretazione del programma e le finalità auspicate. Mentre alcuni sostengono come fosse “un piano idealistico e ben intenzionato“, parte della politica estera americana negli anni della Guerra Fredda, all’estremo opposto si sostiene come Atoms for Peace fosse “nulla se non propaganda”. A tale riguardo, un aspetto centrale dell’iniziativa fu quello di normalizzare l’energia nucleare, mitigando la maledizione dall’atomo. I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno infatti tragicamente segnato l’introduzione del mondo alla scienza nucleare, collegando l’atomo con le bombe nel discorso pubblico. L’amministrazione Eisenhower cercò quindi di contrastare questa associazione evocando un’immagine positiva dell’atomo, associata alla salute e alla prosperità, attraverso una campagna propagandistica per pubblicizzare le applicazioni pacifiche della scienza e dell’industria atomica, la quale prese forma in articoli, francobolli, poster, documentari [1].

Ambizione e proliferazione nucleare
In aggiunta ai dubbi circa la concretezza degli obiettivi auspicati da Eisenhower, l’iniziativa presenta anche un’eredità controversa. Si tratta di un programma che ha evidenziato sia il potenziale che i limiti del multilateralismo nell’affrontare la natura dual-use della tecnologia nucleare. Se da un lato ha infatti compiuto progressi significativi nella promozione dell’energia nucleare pacifica e nell’istituzione di un’agenzia internazionale per la non proliferazione nucleare, dall’altro lato ha dovuto confrontarsi con gli interessi diversi e spesso contrastanti delle varie nazioni.
Fornendo assistenza nucleare pacifica e condividendo informazioni nucleari, il programma ha, di fatto, contribuito alla diffusione delle armi nucleari. Alcune nazioni beneficiarie, come Israele, India, Pakistan e Iran, dirottarono questa assistenza verso usi militari. Come sostiene Matthew Fuhrmann, i paesi che ricevono livelli più elevati di assistenza nucleare pacifica hanno maggiori probabilità di perseguire e acquisire bombe nucleari, soprattutto se attraversano crisi internazionali dopo aver ricevuto aiuti.
Già il rapporto Acheson-Lilienthal, scritto nel 1946 su richiesta del presidente Truman dopo l’attacco nucleare in Giappone con l’obiettivo di elaborare un piano di controllo internazionale, dichiarava che lo sviluppo dell’energia atomica per scopi pacifici e lo sviluppo dell’energia nucleare per le bombe erano in gran parte intercambiabili e interdipendenti. Di conseguenza, come ha scritto Leonard Weiss, “era solo questione di tempo prima che Stati assetati di potere o minacciati – e ora anche gli attori non statali – cercassero di ottenere tali armi. Sebbene ciò suggerisca l’inevitabilità della proliferazione, è legittimo chiedersi se Atoms for Peace abbia accelerato la proliferazione, aiutando alcune nazioni a raggiungere arsenali più avanzati prima di quanto sarebbe stato altrimenti possibile. La giuria si è pronunciata a lungo su questa domanda, e la risposta è sì”.
Questa preoccupazione era stata preannunciata da Isidor Rabi, premio Nobel per la fisica e presidente della Commissione per l’Energia Atomica statunitense, il quale nel settembre del 1955 retoricamente disse come anche un paese come l’India, quando avrebbe avuto una certa produzione di plutonio, sarebbe entrata nel business delle armi, motivo per cui suggerì di sviluppare controlli sul reindirizzamento dell’energia atomica prima di consentire la costruzione di reattori all’estero.
Come si è scoperto in seguito, le misure di controllo adottate dagli Stati Uniti per mitigare la proliferazione si sono però rivelate inadeguate.
Conclusione
L’iniziativa Atoms for Peace costituisce un significativo punto di riferimento nell’ambito della diplomazia nucleare, rappresentando un importante caso di promozione del multilateralismo e la diffusione delle conoscenze scientifiche; però, la proliferazione nucleare come risultato degli aiuti ha inevitabilmente cambiato lo scacchiere nucleare. Sebbene non sia corretto attribuire al programma Atoms for Peace la responsabilità per la mancata osservanza degli impegni internazionali da parte di alcuni Stati, la sua eredità continua a sollevare interrogativi sulla sicurezza globale e sul dualismo della tecnologia atomica.
Enrico Milanesio
Abbiamo stimolato la tua curiosità? Puoi saperne di più consultando le nostre fonti:
- Eisenhower, D. D. (1953), Atoms for Peace Speech, IAEA, recuperato da: https://www.iaea.org/about/history/atoms-for-peace-speech
- Foreign Relations of the United States (1955), Memorandum for the File, by the Secretary of State’s Special Assistant for Atomic Energy Affairs (Smith), 1955-1957, Regulation of Armaments, Atomic Energy, vol. 20, n. 69, recuperato da: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1955-57v20/d69
- Fuhrmann, M. (2012), Atomic Assistance: How “Atoms for Peace” Programs Cause Nuclear Insecurity, New York, Cornell University Press.
- Hewlett, R. G., and Holl, J. M. (1989), Atoms for Peace and War, 1953-1961: Eisenhower and the Atomic Energy Commission, Berkley, University of California Press.
- Lavoy, P. R. (2003), The enduring effects of Atoms for Peace, Arms Control Association, recuperato da: https://www.armscontrol.org/act/2003_12/Lavoy
- Medhurst, M. J. (1997), Atoms for Peace and Nuclear Hegemony: The Rhetorical Structure of a Cold War Campaign, in Armed Forces & Society, vol. 23, n. 4, pp. 571-593.
- Osgood, K. (2006), Total War: Eisenhower’s Secret Propaganda Battle at Home and Abroad, Lawrence, University Press of Kansas.
- Weiss, L. (2003), Atoms for Peace, in Bulletin of the Atomic Scientists, vol. 59, n. 6, pp. 34-44.



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