“Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni”: questo è il settimo obiettivo per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. In un mondo solcato da disuguaglianze sempre più marcate, raggiungere un risultato comune per tutta la popolazione umana sembra irrealizzabile. E se l’energia, in particolare quella rinnovabile, fosse in grado di assottigliare queste differenze? Vi raccontiamo tre progetti che stanno provando a fare proprio questo, utilizzando l’immensa potenzialità dell’energia rinnovabile per aiutare le persone meno fortunate nella loro quotidianità.
Soma Bags, lo zaino che illumina il futuro
In Tanzania la notte è molto buia. Poco più di un terzo delle case nei villaggi rurali ha accesso all’elettricità: l’unico modo per illuminare gli ambienti è utilizzare le lampade a cherosene. Questi strumenti sono però decisamente pessimi: producono una luce fioca, rilasciano inquinanti nelle case, aumentano il rischio di incendi e utilizzano un combustibile molto caro. Per questi motivi dopo cena i bambini spesso vanno subito a letto, vedendosi precluso un diritto essenziale per la loro crescita: quello di leggere e di studiare.
James Innocent passa le sere sdraiato a terra, leggendo sotto il lume della sua lampada a cherosene. Sua madre e sua nonna sono entrambe insegnanti e conoscono bene l’importanza dello studio. James è molto fortunato e riesce ad andare all’università, mentre le altre famiglie del suo villaggio devono scegliere se mettere da parte i soldi o permettere ai propri figli di leggere. Uno dei professori universitari di James ha un caricabatterie solare cucito in una tasca dello zaino. Ecco l’illuminazione: James immagina uno zaino ad energia solare, in grado di ricaricarsi nel tragitto da casa a scuola per dare energia a una lampada da lettura una volta calata la sera. In questo modo i bambini tanzaniani avrebbero più possibilità di leggere, studiare e costruirsi un futuro.
Questa idea non rimane solo un sogno: James la mette in pratica. Nel 2016 inizia a cucire a mano 80 zaini al mese, utilizzando pannelli fotovoltaici cinesi. Dato il grande successo, nel 2019 fonda la Soma Bags e colloca lo stabilimento produttivo nel villaggio di Bulale, dando lavoro a 65 persone. Come se l’idea non fosse già abbastanza virtuosa, realizza gli zaini a partire dalle sacche del cemento, recuperando un materiale altrimenti destinato alla discarica. Uno zaino completamente carico ha un’autonomia luminosa dalle sei alle otto ore e costa dai 12 mila ai 25 mila scellini tanzaniani, l’equivalente di circa 4-8 dollari. Soma Bags vende in tutta la Tanzania e, grazie alle associazioni umanitarie, in molti altri paesi dell’Africa. Ad esempio, l’organizzazione no profit Smart Girls Uganda ne ha distribuiti ben 12 mila. Ogni zaino venduto è un bambino in più con un futuro luminoso davanti a sé.

La coperta solare contro il freddo del Nord
Quando la dodicenne Rebecca Young cammina di sera tra le vie di Glasgow sente sulla sua pelle il freddo pungente delle notti scozzesi. Pregustando il tepore della propria camera, pensa a tutte quelle persone che non hanno questo privilegio: i senzatetto. Ce ne sono tanti per le strade della sua città e Rebecca decide di non restare indifferente, provando ad immaginare un modo per migliorare le loro condizioni di vita.
L’idea di base esiste già: la coperta termica. Il problema è che per funzionare deve essere attaccata ad una presa di corrente, un lusso che i senzatetto non possono permettersi. Allora Rebecca inizia a studiare intensamente i pannelli solari e le batterie, in modo da svincolare le coperte termiche dalla necessità di alimentazione continua.
Utilizzando come riferimento il tempo medio del sonno umano pari ad otto ore, progetta un circuito elettrico in grado di alimentare la coperta con un pannello fotovoltaico, accumulando l’energia prodotta di giorno in batterie che la rilasciano di notte. Integra inoltre un circuito di controllo, che accende e spegne automaticamente la coperta in base al valore della temperatura, in modo da ridurre al minimo il consumo della batteria. Tutto questo viene integrato in uno zaino, che al momento del bisogno si apre in un sacco a pelo, più adatto a non disperdere il calore rispetto ad una semplice coperta.
Con suo prototipo, Rebecca entra tra i 70 mila partecipanti della Primary Engineer MacRobert Competition. Si tratta di una sfida tra ragazzi tra i 3 e i 19 anni, che punta a risolvere i problemi di attualità rispondendo a questa domanda: “se tu fossi un ingegnere, cosa faresti?”. La coperta solare di Rebecca vince il voto del pubblico, aggiudicandosi la Commendation Medal. Grazie alla collaborazione con gli ingegneri di Thales, l’idea di Rebecca è diventata realtà. Sono state prodotte 30 coperte solari, distribuite in un centro di accoglienza per senzatetto di Glasgow, e il prossimo passo è produrne almeno altre 120. Quando il design è guidato dall’empatia, grandi cose appaiono all’orizzonte.

Il generatore ad urina, dalla Nigeria al mondo intero
La Nigeria è un paese africano in grandissima crescita, ma purtroppo la sua rete elettrica fa fatica a tenere il passo. Per compensare le carenze dell’infrastruttura energetica nazionale, molti edifici utilizzano generatori a combustibili fossili. A causa di ciò, le morti per monossido di carbonio sono aumentate a dismisura. Quattro ragazze hanno deciso di dire basta, impegnandosi per realizzare un generatore che non emetta questo gas letale e per realizzarlo hanno utilizzato un combustibile tanto comune quanto inusuale: l’urina.
Duro-Aina Adebola, Akindele Abiola, Faleke Oluwatoyin e Bello Eniola hanno realizzato per un progetto scolastico una cella elettrolitica che converte l’urea, il principale composto dell’urina dalla formula chimica CH4N2O, in azoto, acqua ed idrogeno. Dopo vari stadi di purificazione, l’idrogeno ottenuto entra nella cella elettrolitica vera e propria, dove attraverso la reazione di ossidoriduzione produce acqua e grandi quantità di energia. Se siete curiosi di comprendere il processo leggete il nostro articolo “Dall’idrogeno all’energia elettrica: tecnologia delle fuel cell”. Per ridurre il rischio di esplosione, da tenere in considerazione quando si maneggia l’idrogeno, le ragazze hanno implementato valvole di non ritorno lungo l’intero circuito idraulico, come ulteriore misura di sicurezza.
La cella elettrolitica ad urina è stata presentata all’evento annuale di Maker Faire Africa tenutosi nel 2012 a Lagos, la capitale della Nigeria, dove ha riscosso grande successo. Non sono però mancate le critiche: Gerardine Botte, professoressa di ingegneria chimica e biomolecolare all’università dell’Ohio, sta lavorando alla conversione dell’urina in idrogeno e ritiene che il processo consumi più energia di quanta se ne riesca a produrre con la cella elettrolitica. Questo non ferma però la ricerca in materia: le ragazze nigeriane hanno dato un grande contributo in un campo ancora poco battuto, che in un futuro prossimo potrebbe diventare rilevante nella transizione energetica. D’altronde, esiste un’altra tecnologia che per adesso richiede più energia di quanta ne produca, ma sulla quale si ripongono grandi speranze, investendo moltissima ricerca nel settore: la fusione nucleare.

Conclusioni solidali
Queste tre storie ci infondono grande speranza per il futuro. Da sole non risolveranno di certo il problema della transizione energetica, ma si uniscono alla lunga catena degli sforzi mondiali per cambiare le cose per il meglio. In particolare, si rivolgono a quelle fette di popolazione spesso escluse dal grande progresso: gli ultimi e gli emarginati. Se il cambiamento non è fruibile da tutti perde di significato, poiché accentua divari sociali già fortemente marcati. Ricordiamoci che la maggior parte degli impatti negativi del cambiamento climatico viene subito dalle persone più povere. Questa sfida va quindi combattuta tutti insieme, senza lasciare nessuno indietro.
Abbiamo stimolato la tua curiosità? Puoi saperne di più consultando le nostre fonti:



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