
Il Paradosso di Jevons: perché maggiore efficienza significa più emissioni
È da ormai qualche anno che il tema dell’impatto ambientale è sempre più ricorrente, soprattutto all’ interno dell’ Unione Europea, dove c’ è molta attenzione verso la decarbonizzazione, ovvero la riduzione delle emissioni di CO₂ nell’ atmosfera. Per raggiungere questo obiettivo, la ricerca si sta focalizzando su tecnologie che aumentano l’ efficienza energetica, con risultati che a volte possono però risultare paradossali.
In questo contesto, l’ Identità di Kaya mette in relazione quattro fattori che determinano il livello e la crescita delle emissioni di anidride carbonica: la popolazione, il PIL pro capite, l’ intensità energetica e l’ intensità carbonica. Per diminuire l’ impatto totale bisogna agire su queste grandezze cercando di diminuirne la portata. L’ innovazione tecnologica ci viene incontro permettendo di migliorarne almeno due: l’ intensità energetica e quella carbonica. Questo significa sviluppare metodi che, a parità di energia utilizzata, producano più valore, e tecnologie che, a parità di emissioni, generino più energia.
Tuttavia, è fondamentale considerare il cosiddetto rebound effect, ovvero un potenziale aumento dell’ utilizzo di una tecnologia dovuto a un aumento di efficienza della stessa, che porta a effetti indesiderati in termini di emissioni e di energia consumata. Questo effetto è noto come Paradosso di Jevons e ha un ruolo centrale nel contesto odierno della decarbonizzazione.
Il Paradosso di Jevons nell’ Inghilterra vittoriana
William Stanley Jevons nacque a Liverpool il 1º settembre 1835, in un’ epoca in cui la Gran Bretagna si stava trasformando nella “ fabbrica del mondo”. L’ Impero Britannico era allora al culmine della sua espansione globale e Jevons, economista, filosofo e soprattutto attento osservatore della realtà, viveva immerso in questo straordinario fermento industriale.
Nell’ Inghilterra vittoriana, il carbone rappresentava il vero motore della società. Quando James Watt introdusse una versione migliorata della macchina a vapore, la sua maggiore efficienza permise di utilizzare molto meno combustibile per ogni unità di lavoro prodotta. Molti esperti dell’ epoca erano convinti che questa innovazione tecnologica avrebbe portato a una naturale diminuzione del consumo totale di carbone. Tuttavia, Jevons osservò l’ esatto contrario.
Proprio perché le nuove macchine erano diventate più convenienti e performanti, iniziarono a comparire ovunque. Vennero utilizzate per alimentare treni più lunghi, per scavare in miniere più profonde e in tantissimi altri settori produttivi. Nel 1865, Jevons tradusse queste osservazioni in una teoria economica nel suo saggio The Coal Question (La questione del carbone). La sua tesi era tanto semplice quanto rivoluzionaria: più le macchine diventano efficienti più il costo del loro lavoro diminuisce, portando a un’ impennata nell’ acquisto e nell’ utilizzo di macchine a vapore, tanto da richiedere, alla fine, una quantità di carbone superiore a quella registrata prima dell’ innovazione di Watt. Questo fenomeno, noto oggi come “ effetto rimbalzo” o rebound effect, rimane un concetto fondamentale per comprendere le sfide energetiche dei nostri giorni.

L’ aumento di efficienza energetica nel settore aereo non è stato positivo per l’ ambiente
Un esempio lampante riguarda l’ evoluzione dell’ intensità energetica e carbonica nei voli di linea. Fino a una trentina di anni fa era impensabile poter spendere solo quattrocento o cinquecento euro per un volo intercontinentale: le compagnie dovevano far fronte a limiti tecnologici che imponevano prezzi elevati per rientrare del costo del carburante.
Grazie all’ innovazione tecnologica, oggi un volo utilizza meno carburante, il che si riflette in un notevole abbattimento del prezzo dei biglietti. Oggi infatti è possibile raggiungere la Grande Muraglia Cinese, le spiagge sterminate di Rio o le piazze piene di insegne accecanti di New York con qualche centinaia di euro.
Anche il progresso nell’ efficienza carbonica è andato di pari passo: secondo la IATA (International Air Transport Association), le emissioni di CO₂ per passeggero sono calate del 50% dal 1990. Tale risultato è stato raggiunto principalmente grazie a un miglioramento continuo dell’ efficienza del consumo di carburante, pari al 2,3% annuo dal 2009 a oggi.

Questo però non ha portato solamente a una diminuzione delle risorse utilizzate dai singoli velivoli, ma anche a un aumento vertiginoso dei viaggi intercontinentali. Secondo l’ International Council on Clean Transportation, si è assistito a un incremento dei passeggeri di oltre il 300% rispetto al 1990.
Se guardiamo quindi l’ impatto ambientale dell’ attività aerea negli ultimi trent’ anni, l’ effetto netto è chiaro: solo nel 2018 i velivoli sono stati responsabili del 2,4% delle emissioni globali, immettendo in atmosfera quasi 920 milioni di tonnellate di CO₂, ovvero il 70% in più rispetto al 1990. Quindi, se da un lato l’ efficienza carbonica ed energetica ha fatto passi da gigante, dall’ altro questo progresso ha incentivato l’ utilizzo dei voli essendo ora più convenienti. Si è verificato un evidente caso di rebound effect, dove l’ innovazione tecnologica ha portato a un aumento indesiderato di anidride carbonica rilasciata nell’ atmosfera.
Osservando i dati sulle attività individuali a maggior impatto, il volo intercontinentale resta tra le principali fonti di emissioni (circa 1,6 tonnellate di CO₂ per i viaggi transatlantici). Questo sottolinea come un trend economico e comportamentale come quello osservato da Jevons quasi due secoli fa risulti ancora oggi attuale e meritevole di studi e misure dedicate, così da evitare gli effetti indesiderati dell’ innovazione.

Come affrontare l’ effetto rimbalzo?
Abbiamo dimostrato che l’ aumento di efficienza non rappresenta l’ unica chiave per accelerare il processo di decarbonizzazione. Per ottenere risultati reali, sono infatti necessari anche interventi politici e strumenti economici mirati.
Secondo uno studio condotto da Paul E. Brockway sull’ effetto rimbalzo in diversi settori, (tra cui residenziale, manifatturiero e dei trasporti) esiste un problema di fondo: i responsabili politici e gli esperti che delineano i futuri scenari per l’ economia e per il clima spesso non considerano in modo adeguato il Paradosso di Jevons. Questa mancanza porta inevitabilmente a sovrastimare la riduzione effettiva dell’ impatto ambientale delle misure adottate.
Per questi motivi, risulta fondamentale adottare strategie coordinate per massimizzare l’ efficacia delle politiche ambientali. Uno studio condotto da David Vivanco analizza il Paradosso di Jevons da una prospettiva politica e normativa, suggerendo alcune combinazioni efficaci. Una prima possibilità consiste nell’ unire strumenti economici, come le tasse, con un’ eco-innovazione tecnologica mirata. Tale metodo serve a limitare gli effetti rimbalzo che derivano dalle variazioni dei costi: se una determinata tecnologia diventa più efficiente e quindi più economica, l’ applicazione di una tassa può scoraggiarne un utilizzo massiccio, garantendo una riduzione effettiva dei consumi.
Una seconda strada prevede di agire sul comportamento dei consumatori tramite la divulgazione e la pubblicazione di informazioni accurate, utili a modificare i modelli di consumo. Accompagnare il consumatore verso scelte sostenibili attraverso etichette, descrizioni e indicatori universali è una pratica sempre più comune, come dimostrano le classi energetiche o i marchi biologici. Interventi di questo tipo sono in grado di rafforzare notevolmente i benefici delle tasse sulle emissioni.

In conclusione, è essenziale non fraintendere il pensiero di Jevons. L’ innovazione tecnologica non è la causa diretta dell’ aumento dei consumi o delle emissioni. Il problema risiede piuttosto in un utilizzo improprio e nella mancanza di regolamentazioni adeguate. Risulta quindi fondamentale soffermarsi sui potenziali effetti indesiderati e affrontarli con misure precise, così da sfruttare i progressi della ricerca nel campo energetico in maniera efficace e sostenibile.
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